RICORDO
DI ETTORE MAJORANA
di
Edoardo Amaldi
tratto
dal "Giornale
di Fisica" vol. 9, p. 300 (Bologna 1968) - S.I.F.
Società Italiana di Fisica
Il
suo viaggio all'estero
Nell'inverno
1932-33 era arrivato a Roma, dalla Harvard University, Eugene Feenberg che
godeva di una Travelling scolarship per "graduate students" di
quella Università, con il quale trascorse circa tre mesi a Roma e uno o due a
Lipsia. Il suo soggiorno in Europa
fu
interrotto dall'improvviso invito a rientrare negli Stati Uniti dalle
autorità della Harvard University, preoccupate dalla situazione politica che
andava maturando in Germania: nel giro di pochi mesi Hitler era riuscito a
sopprimere i diritti civili e le libertà democratiche e a prendere
definitivamente il potere nelle sue mani.
Nel
periodo trascorso in Europa, Feenberg scriveva la sua tesi per il Ph.D sullo
scattering degli elettroni da parte di atomi neutri; lavoro in cui, tra
l'altro, stabiliva il "teorema ottico", senza apprezzarne
l'interesse e la portata.
Feenberg
e Majorana simpatizzarono immediatamente, ma non riuscirono a stabilire
rapporti stretti di lavoro, dato che nessuno dei due era in grado di parlare
la lingua dell'altro; Feenberg aveva comperato un piccolo glossario
inglese-italiano con cui cercava di aiutarsi, ma il risultato dello sforzo,
fatto con onestà e perseveranza, era assai modesto. Pertanto essi si
mettevano nella stessa saletta della biblioteca dell'Istituto di via
Panisperna, studiavano allo stesso tavolo e comunicavano tra di loro,
mostrandosi qualche formula scritta su un pezzo di carta, soltanto a lunghi
intervalli di tempo, fra una lettura e l'altra di qualche pagina di recenti
pubblicazioni.
Prima
di partire per Lipsia, Majorana pubblicò un altro lavoro, quello sulla teoria
relativistica di particelle con momento intrinseco arbitrario. E' il suo primo
lavoro che riguarda le particelle elementari e non aggregati di particelle
quali sono gli atomi e i nuclei e pertanto ne parlerò fra poco.
Nel
mese di gennaio Majorana partì per Lipsia [...]. Lipsia in quegli anni era
uno dei maggiori centri di fisica moderna; attorno a W. Heisenberg, si era
raccolto un gruppo di giovani di eccezione, fra i quali F. Bloch, F. Hund, R.
Peierls e, fra gli ospiti, E. Feenberg, R.D. Inglis, e E.G. Uhlenbeck.
Feenberg ricorda di avere assistito a un seminario di Heisenberg sulle forze
nucleari, nel quale Heisenberg parlò anche del contributo dato da Majorana a
questo argomento: disse che l'autore era presente e lo invitò a dire qualche
cosa sulle sue idee, ma Ettore si rifiutò di prendere la parola. Uscendo dal
seminario, Uhlenbeck espresse a Feenberg la sua ammirazione per l'acutezza
delle considerazioni fatte da Majorana e riferite da Heisenberg.
Majorana
in quel periodo si legò ad Heisenberg per il quale conservò sempre profonda
ammirazione e senso di amicizia. Fu Heisenberg che lo convinse senza sforzo,
con il solo peso della sua autorità, a pubblicare il suo lavoro sulla teoria
del nucleo che apparve nel corso dello stesso anno sia sulla "Zeitschrift
fur Physik" che sulla "Ricerca Scientifica". Heisenberg si rese
conto delle notevoli qualità di ricercatore di Majorana, ma anche della
fatica che egli sempre incontrava nello stabilire rapporti con persone di
recente conoscenza e, in generale, con il mondo esterno.
A
Copenhagen, se non il maggiore certo uno dei maggiori centri di fisica
dell'epoca, Ettore conobbe Niels Bohr, C.Moller, L. Rosenfeld e molti altri.
in quel periodo si trovava a Copenhagen anche Placzek, e Majorana si attaccò
a lui dato che già lo conosceva da qualche anno.
Nel
mese di luglio la famiglia di Majorana fece un viaggio in macchina e andò a
trovare Ettore a Lipsia.
Nel
periodo trascorso all'estero Majorana fu colpito dal livello economico e
organizzativo tedesco, tanto da concepire una grande ammirazione per la
Germania, ammirazione che espresse in alcune occasioni, in particolare in una
lettera a Emilio Segrè in cui egli cerca di dare una spiegazione -
inaccettabile per la maggior parte dei suoi amici - della politica del governo
tedesco dell'epoca.
Quando
nell'autunno del 1933 tornò a Roma, Ettore non stava bene in salute a causa
di una gastrite i cui primi sintomi si erano manifestati in Germania. quale
fosse l'origine di questo male non è chiaro, ma i medici di famiglia lo
collegarono con un principio di esaurimento nervoso. Cominciò a frequentare
l'Istituto di via Panisperna solo saltuariamente e, con il passare dei mesi,
non venne più affatto: trascorreva sempre più le sue giornate in casa
immerso nello studio per un numero di ore del tutto eccezionale.
Più
che di fisica in quel periodo si interessava di economia politica, delle
flotte dei diversi paesi e dei loro rapporti di forza, delle caratteristiche
costruttive delle navi. Al tempo stesso gli interessi filosofici, che sempre
erano stati vivi in lui, si erano fortemente accentuati, tanto da spingerlo a
meditare a fondo le opere di vari filosofi, in particolare quelle di
Schopenhauer. Probabilmente risale a quell'epoca il manoscritto sul valore
delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze sociali che, trovato fra
le sue carte dal fratello Luciano, fu pubblicato dopo la sua scomparsa da
Giovanni Gentile jr.
A
questi interessi vecchi e nuovi se ne era aggiunto un altro, la medicina,
argomento che affrontava forse anche nel desiderio di comprendere i sintomi e
la portata del suo male.
Non
pochi tentativi fatti da Giovanni Gentile jr., da Emilio Segrè e da me per
riportarlo a fare vita normale furono senza risultato. Ricordo che nel 1936
non usciva che raramente di casa, neanche per andare dal barbiere, così che i
capelli gli erano cresciuti in modo anormale; in quel periodo qualcuno degli
amici che era andato a trovarlo gli mandò a casa, nonostante le sue proteste,
un barbiere. Nessuno di noi riuscì però mai a sapere se facesse ancora della
ricerca in fisica teorica; penso di si, ma non ne ho alcuna prova.

La
nomina a professore di fisica teorica e i suoi lavori di fisica delle
particelle elementari
Nel
frattempo diversi altri giovani erano andati maturando nel campo della fisica
teorica: GianCarlo Wick, laureato all'Università di Torino con Somigliana,
dopo un periodo trascorso a Gottinga e a Lipsia, era venuto a Roma; Giulio
Racah, laureato a Firenze con Enrico Persico, divideva il suo tempo tra
Firenze, Roma e Zurigo ove lavorava sotto la guida di Pauli; Giovanni Gentile
jr., di cui abbiamo già parlato; Leo Pincherle che aveva studiato a Bologna e
poi era venuto a Roma, e Gleb Wataghin che, emigrato in Italia dalla Russia,
aveva studiato a Torino ove insegnava e lavorava da anni.
Era
ormai giunta l'ora per un nuovo concorso in fisica teorica; il primo e solo
concorso per
cattedre
di questa materia aveva avuto luogo nel 1926 e aveva portato alla cattedra
Enrico Fermi, a Roma, ed Enrico Persico a Firenze. Il nuovo concorso fu
bandito al principio del 1937 su richiesta dell'Università di Palermo, spinta
a far ciò da Segrè che nel frattempo era diventato professore di Fisica
sperimentale in quella Università. C'era naturalmente il problema di fare
concorrere Ettore, il quale sembrava che non ne volesse sapere e che comunque
ormai da qualche anno non aveva più pubblicato lavori di fisica. Fermi ed i
vari amici si adoperarono in questo senso e Majorana infine si convinse a gran
fatica a prendere parte al concorso e mandò alla stampa sul "Nuovo
Cimento" il lavoro sulla teoria simmetrica dell'elettrone e del positone.
La commissione per giudicare il concorso di fisica teorica dell'Università di
Palermo fu nominata dal ministro dell'Educazione Nazionale, come prescrivevano
le leggi fasciste di allora, e risultò così composta: Antonio Carrelli,
Enrico Fermi, Orazio Lazzarino, Enrico Persico e Giovanni Polvani. I
concorrenti erano i cinque sopra indicati oltre Ettore Majorana. La
commissione tenne una prima seduta nel corso del mese di ottobre 1937; ma
subito fu invitata dal ministro a sospendere i lavori allo scopo di poter
procedere alla nomina (in base all'art.8 del R.D.L. 20 giugno 1935, n.1071)
del concorrente Majorana a professore ordinario di fisica teorica nella R.
Università di Napoli. Il suddetto articolo si riferiva a meriti speciali;
esso era stato fatto qualche anno prima allo scopo di rendere possibile la
nomina senza concorso di Guglielmo Marconi alla cattedra di Onde
Elettromagnetiche dell'Università di Roma.
Il
maggiore contributo scientifico è costituito dagli ultimi suoi tre lavori. Il
primo di questi, sulla cui origine ho già dato qualche notizia, si inserisce
dopo le tre classiche note di Heisenberg [...]
Nell'ultimo
lavoro, quello sulla teoria simmetrica dell'elettrone e del positone, Majorana
parte dall'osservazione che la teoria relativistica di Dirac, che aveva
portato alla previsione della esistenza del positone, poco dopo confermata
dall'esperienza, si imperniava sull'equazione di Dirac che è completamente
simmetrica rispetto al segno della carica: ma che tale simmetria andava in
parte perduta nello sviluppo successivo della teoria, che descriveva il vuoto
come una situazione in cui tutti gli stati di energia negativa erano occupati
e tutti quelli di energia positiva liberi. L'eccitazione di un elettrone da
uno degli stati di energia negativa ad uno di energia positiva lasciava una
lacuna dotata di energia positiva, che poteva venire interpretata come l'antielettrone
[o positone] [...] Questa impostazione asimmetrica porta come conseguenza
anche la necessità di cancellare, senza nessuna sana giustificazione di
principio, alcune costanti infinite, come la densità di carica, dovute agli
stati di energia negativa. Partendo da queste osservazioni, Majorana sviluppò
una teoria in cui una particella neutra, diciamo il neutrino, si identifica
con la sua antiparticella, l'antineutrino [...].
Nominato
professore di fisica teorica a Napoli nel novembre 1937, Ettore Majorana si
trasferì in quella città ai primi di gennaio dell'anno successivo. A Napoli
si legò d'amicizia con Antonio Carrelli, professore di fisica sperimentale e
direttore dell'Istituto di Fisica di quella Università.
Anche
a Napoli, come del resto aveva sempre fatto a Roma, conduceva una vita
estremamente ritirata; al mattino, quando doveva fare lezione, andava
all'Istituto e nel tardo pomeriggio faceva lunghe passeggiate nei quartieri
più vivi della città. Adempiva, come del resto aveva fatto sempre per tutti
i suoi doveri del passato, al compito della lezione con grande cura e impegno.
il manoscritto delle sue lezioni di meccanica quantistica mostra come egli
svolgesse questo insegnamento in maniera assai simile a quella attuale.
Anche
a Napoli, come a Roma negli anni precedenti, Majorana era tormentato dalla sua
malattia che finiva inevitabilmente con l'avere una influenza sul suo umore e
anche sul suo carattere. Questo spiega forse l'eccessivo dispiacere che
provò, a quanto racconta Carrelli, quando, dopo qualche mese di insegnamento,
si rese conto che ben pochi degli studenti erano in grado di seguire ed
apprezzare le sue lezioni sempre oltremodo elevate.
il
giorno 26 marzo 1938 Carrelli con grande meraviglia ricevette da Palermo un
telegramma lampo da parte di Ettore Majorana in cui gli diceva di non
preoccuparsi per quanto era scritto nella lettera che gli aveva mandato.
Carrelli attese l'arrivo della lettera impostata a Palermo qualche ora prima
della spedizione del telegramma; in essa Ettore Majorana scriveva con molta
freddezza e altrettanta decisione di trovare la vita in generale, e la sua in
particolare, assolutamente inutile e che pertanto aveva deciso di sopprimersi.
La lettera purtroppo andò persa, ma una frase rimase impressa nella memoria
di Carrelli e suonava all'incirca così: Non sono una ragazza ibseniana,
comprendimi, il problema è molto più grosso... La lettera si chiudeva con un
caldo saluto a Carrelli che ringraziava per l'amicizia che gli aveva
dimostrato negli ultimi mesi.
Carrelli,
sconvolto da tale lettura, chiamò subito al telefono Fermi il quale a Roma si
mise in contatto con il fratello Luciano: questi si recò immediatamente a
Napoli ove iniziava una affannosa ricerca di informazioni su Ettore. Tale
ricerca, condotta sia a Palermo che a Napoli, permise di stabilire che Ettore
era partito da Napoli per Palermo, con il piroscafo della società Tirrenia,
nella notte dal 23 al 24 marzo [in realtà la sera del 25 marzo] e che era
giunto a Palermo ove era stato un paio di giorni e donde, il 25 [in realtà il
26 mattina], aveva spedito sia la lettera che il telegramma a Carrelli. La
sera del giorno stesso aveva ripreso il piroscafo per Napoli. Il professore
Michele [in realtà Vittorio] Strazzeri dell'Università di Palermo lo vide
quella notte a bordo e anzi alle prime luci dell'alba, mentre il piroscafo
entrava nel golfo di Napoli, lo scorse dormire nella sua cabina. Un marinaio
testimoniò di averlo visto a poppa della nave dopo Capri non molto prima che
questa attraccasse al molo di Napoli. secondo l'ufficio di Napoli della
società Tirrenia il biglietto Palermo-Napoli di Majorana sarebbe stato
trovato tra quelli consegnati allo sbarco a Napoli, ma la notizia non ebbe mai
una conferma sicura.
Le
indagini furono condotte per oltre tre mesi sia dalla polizia che dai
carabinieri e con l'interessamento personale di Mussolini a cui si era rivolta
la madre. La famiglia promise un premio, allora cospicuo, di 30.000 lire a chi
avesse dato notizie di Ettore e pubblicò per mesi sui maggiori quotidiani un
appello ad Ettore perché tornasse a casa; il Vaticano cercò di stabilire se
si fosse chiuso in un convento. Ma tutti i tentativi furono vani. Nessuna
traccia fu mai trovata: solo si seppe che, qualche giorno prima della partenza
di Ettore Majorana per Palermo, si era presentato alla chiesa del Gesù Nuovo,
situata a Napoli vicino all'albergo Bologna ove egli abitava, un giovane uomo
molto agitato le cui caratteristiche somatiche e psichiche parvero ai parenti
corrispondere a quelle di Ettore. Inoltre, padre De Francesco, ex provinciale
dei Gesuiti, che aveva ricevuto il giovane, parve riconoscerlo nella
fotografia di Ettore mostratagli dai parenti. Il giovane chiese a padre De
Francesco di "fare un esperimento di vita religiosa", espressione
che secondo i fratelli va intesa come "fare gli esercizi
spirituali". Essi infatti non credono che egli volesse con questa frase
manifestare una vocazione religiosa ma semplicemente il desiderio di ritirarsi
in meditazione. Alla risposta che egli poteva, sì, avere ospitalità, ma solo
a breve termine - in quanto per una soluzione definitiva sarebbe stato
necessario, per l'Ordine, entrare in noviziato - il giovane rispose:
"Grazie, scusi", e se ne andò.
L'ipotesi
che trovò più credito tra gli amici fu che egli si fosse buttato in mare: ma
tutti gli esperti delle acque del golfo di Napoli sostengono che il mare,
prima o poi, ne avrebbe restituito le spoglie.
Solo
quasi trent'anni dopo, qualcuno che non lo aveva mai conosciuto o che lo aveva
conosciuto solo molto superficialmente, immaginò un rapimento o una fuga in
relazione con ipotetici affari di spionaggio atomico. Ma per chi ha vissuto
nell'ambiente dei fisici nucleari dell'epoca e ha conosciuto Ettore Majorana
una simile ipotesi non solo è destituita di qualsiasi fondamento, ma è
assurda sia sul piano storico che su quello umano. Pochi anni dopo la sua
scomparsa, riparlando della cosa con amici comuni, Fermi osservò che, con la
sua intelligenza, una volta che avesse deciso di scomparire o di far
scomparire il suo cadavere, Majorana ci sarebbe certo riuscito.
Non
si è saputo più nulla: tutti sono rimasti con un senso di profonda amarezza
per la perdita, chi di un parente, chi di un amico, gentile, riservato e
schivo di manifestazioni esteriori, così evidentemente affettuoso anche se
profondamente amaro: un senso di frustrazione per tutto quello che il suo
ingegno non ha lasciato ma che avrebbe ancora potuto produrre se non fosse
intervenuta la sua assurda scomparsa; e soprattutto un senso di profondo e
ammirato stupore per la sua figura di uomo e di pensatore che era passata tra
noi così rapidamente, come un personaggio di Pirandello carico di problemi
che portava con sé, tutto solo; un uomo che aveva saputo trovare in modo
mirabile una risposta al alcuni quesiti della natura, ma che aveva cercato
invano una giustificazione alla vita, alla sua vita, anche se questa era per
lui di gran lunga più ricca di promesse di quanto essa non sia per la
stragrande maggioranza degli uomini.
Edoardo
Amaldi